Su Maria Lai

legarsi alla montagna 1981“..è stato l’intero paese a ricostruire una rete di relazioni legando casa a casa, porta a porta, finestra a finestra e soprattutto persona a persona superando nell’evento estetico del Legarsi alla Montagna rancori e inimicizie e diffidenze remotissime. Forse che il grande sogno ad occhi aperti dell’arte moderna di cambiare la vita si sia realizzato, sia pure una volta soltanto, proprio qui, in questo luogo lontano dove i nomi dell’avanguardia artistica non sono altro che nomi? Credo di si: qui, l’arte è riuscita là dove religione e politica non erano riuscite a fare altrettanto…”

Filiberto Menna su Legarsi alla Montagna

 

 

fontanasonoranivola.jpglavatoiotelaio.jpg .…E c’è voluta una intelligenza collettiva e una ostinazione anche del paese, a cominciare dalle donne, che non hanno voluto monumenti ma luoghi comunitari, non opere d’arte in senso tradizionale, ma nuove occasioni per esercitare la vita sotto il segno della creatività e dell’alleanza, per riavere un antico lavatoio o una Via Crucis. (…)

Filiberto Menna, giugno 1982

 

 

 

erede_corbulaioMaria viveva in un mondo diverso dal nostro e cresceva estranea a noi fratelli. Eravamo gelosi di lei, anche perché ci sembrava la preferita di babbo e di mamma, e di lei sentivamo sempre gli elogi. Quando stava con noi comunicavamo soprattutto attraverso i disegni che lei realizzava col carbone sulle mattonelle di un terrazzo. Le stavamo intorno, sdraiati per terra, per delle ore, pieni di stupore. Lei disegnava e raccontava, nascevano piccoli scenari animati da figure in movimento e da storie inverosimili. Si partiva sempre da oggetti a portata di mano come sassi, conchiglie, pennacchi di canna, barchette di sughero; vivevamo quelle storie in prima persone perché ci veniva assegnato un ruolo e un personaggio, e il gioco riusciva benissimo. Quando Maria partiva, rientravamo tutti nella nostra realtà.
I vestiti di Maria venivano dalla città e mi sembravano bellissimi, quando diventavano piccoli mi venivano assegnati come sorella minore, anche se tentavo di rifiutarli perché non mi erano congeniali e non legavano col modo paesano cui appartenevo. Gli zii avevano una casa in campagna vicino al mare, su una collina che guardava un nuraghe. Una casa grande dove Maria disponeva di una vasta stanza per giocare. Le pareti erano libere e lei disegnava col carbone fino a riempirle tutte come una grande lavagna al negativo. C’era sempre qualcuno che dava una mano di calce perché lei ricominciasse il gioco. Fu mandata a scuola tardi, ma gli zii le avevano insegnato a leggere e a scrivere; erano riusciti a farsi amare fino a essere preferiti ai genitori, così mi pareva.
Quando Maria ebbe quattro o cinque anni, gli zii ospitarono nella loro campagna due famiglie di girovaghi che si erano rifugiati in Sardegna sin dalla prima guerra ed erano in attesa di lasciare l’isola. Avevano a disposizione una grande aia che divenne brulicante di vita, i loro bambini venivano educati a divenire giocolieri da circo e Maria ne era affascinata. Le fu data la libertà di frequentarli a tempo pieno, partecipando anche agli allenamenti. Venne il momento che i carrozzoni si mossero per lasciare l’aia e si portarono via anche Maria che si era nascosta dentro. Gli amici zingari la riportarono indietro dopo la mezzanotte e gli zii, a seguito di ore di angosce e di allarme, accolsero Maria in silenzio e mai più si parlò di quella fuga. Da allora, quando veniva a Ulassai per brevi visite poteva stupirci anche con le acrobazie da saltimbanco che tentava invano di insegnarci.
Dopo qualche anno lo zio morì tragicamente e poco dopo anche la zia non sopravvisse al dolore, immane trauma per tutti, ma soprattutto per Maria che fece rientro in famiglia.
Ci volle molto tempo perché lei si abituasse a noi e noi a lei. Da questa situazione scaturì qualcosa di meraviglioso: diventavamo amiche, anche se io continuavo a sentirla diversa come quando venne a mancare la sorellina: mentre io piangevo incredula e disperata, Maria dipingeva fiordalisi lilla sul piccolo cuscino di seta che avrebbe accolto quella testina. Per quella tomba mio padre si rivolse allo scultore più famoso dell’isola perché ci desse in marmo bianco il ritratto della bambina. Per lo scultore le foto di cui disponevamo non erano sufficienti e poiché Maria somigliava alla sorellina, fu invitata a posare. Maria frequenta così lo studio dello scultore, prende familiarità con la creta. Il ritratto della sorellina era terminato ma Maria continuava a frequentare quello studio, affascinata dall’artista che incoraggiava le sue attitudini. Ci misero in collegio, e di quel periodo ho presenti le fisionomie delle compagne, il loro posto a mensa e a studio e il letto nel dormitorio. Ricordo le risate represse nelle ore di silenzio, le trame ordite alle suore intransigenti, gli obblighi, i divieti, le esplosioni di chiasso nelle brevi ore di ricreazione. Il tutto scandito con scampanellate e preghiere più o meno devote. Quando lasciai il collegio ero convinta di aver legato vincoli indissolubili con quelle compagne che poi non ho più visto. Mia sorella si adattava a quella disciplina e noi lei sembrava quasi dall’altra parte. Questa sua diversità mi faceva soffrire, per gioirne poi quando elargiva disegni, ritratti, colombe ritagliate su carta bianca con cui le suore avevano ornato la cappella a Pasqua. Quando si andava in dormitorio e si spegnevano le luci, Maria mi accoglieva nel suo letto e mi scaldava calmando le mie paure inconsce e forse mi perdonava qualche tradimento.

Giuliana Lai

 

 

 

tortolìDa sempre sono intrigato dal filo incantevole di Maria Lai, che per me vuol dire anche la sua meravigliosa Sardegna. Un filo che ci lega all’antica civiltà di ichnusa ma anche alle pagine indimenticabili di Miele amaro (1954) di Salvatore Cambosu, che per Maria Lai è stato una “lanterna magica” negli anni più difficili della sua gioventù. Ammirazione di bibliofilo (bibliomane e libridinoso) per i suoi libri d’artista cuciti con il filo, e altrettanta ammirazione per le sue opere e performance fatte col filo, fino a “legare” un intero paese, un’intera montagna… sempre con la magia del filo, il suo segno sottile e leggero, aereo.
Oggi è la volta per Maria Lai di intervenire su un muro di cemento armato (40 metri per 5) costruito su un promontorio di fronte al mare, in località San Gemiliano a Tortolì. II muro è costruito su una base di una chiesa, rimasto incompiuto. Titolo dell’opera: Tempo dell’Arte, una parete intonacata di cemento, alta 5 metri e larga 40, con tracce di firme realizzate a fresco dalla gente del posto. Le pagine aderiscono alla parete, a righe e quadretti come i quaderni di scuola dei bambini; i fogli in forex bianco opaco misurano ciascuno 2 metri per uno e mezzo.
Le parole, come sfuggite dalle pagine, sono realizzate in tondino di rame, e aderiscono ai fogli e al cemento della parete. II tondino di rame diventa magicamente filo di scrittura, di cucitura e di grovigli.
La scelta dei materiali: cemento grigio e cemento bianco per I’intonaco; il tondino di rame (un centimetro di diametro) suggerisce I’idea di filo di una cucitura operata per mezzo di un ago in acciaio inossidabile di un metro e mezzo. Le parole scritte compongono le seguenti frasi: “L’occhio ha bisogno di un lungo esercizio” e “L’arte è una grande bugia, ma non ha le gambe corte”. La timida minuta Maria Lai non vuole certo definire ma tenta solo di provocare un dialogo sul tema dell’arte: Tempo dell’Arte, 1997, appunto.

Vanni Scheiwiller

 

 

[cml_media_alt id='1382']testomila[/cml_media_alt]Maria era una donna aperta al mondo e al tempo stesso molto privata, quasi isolata – non la si poteva disturbare se stava lavorando in studio – ma era anche capace di capovolgere la sua vita per accogliere qualcuno se ce n’era bisogno. Fu cosi che io andai a vivere con lei, avevo bisogno di un appoggio e lei lo capì e fece posto nella sua vita e nella sua casa per me, ospitandomi in una stanza che si affacciava sullo studio di ceramica dove aveva il forno e la creta. Sono stati anni fondamentali per me, che ricordo oggi con meraviglia e gratitudine. Si parlava di tante cose, si facevano viaggi per vedere opere d’arte ed architettura,si parlava sempre di arte e dell’innesto tra arte e vita. Sapevo che aveva molto da insegnarmi e da segnalarmi e per quello la seguii.
La sua era una vita piena tra scuola, lavoro in studio, famiglia, amici e lettura – amava leggere e leggeva libri importanti di letteratura e filosofia. Spesso li commentava con noi giovani che la frequentavamo e spesso si vedeva con Giuseppe e Luisa Dessi che abitavano nello stesso palazzo. La ricordo seduta al tavolo o sdraiata con un libro ed una matita in mano mentre leggeva e sottolineava le frasi importanti. Il suo rapporto con l’arte richiedeva solitudine e concentrazione per potere ascoltare e capire il proprio lavoro ma la sua generosita’ la spingeva verso gli altri costantemente. Era una donna tanto complessa quanto diretta – capace di dirti quello che nascondevi in te e quello che delle le tue scelte personali o artistiche non la convinceva. Ha toccato molti e ha avuto tempo per molti, pur essendo poi sempre fondamentalmente una solitaria.

Mila Dau

 Ph. Daniela Zedda

 

 

[cml_media_alt id='1377']Maria-Lai-a-Cardeddu-1999-accanto-alla-fontana-di-Costantino-Nivola[/cml_media_alt]MariaMondi

Non è passato molto tempo da quegli anni Sessanta luminosi e ricolmi di progetti e di beni. E Lei, Maria, stava costruendo universi cuciti attraverso l’azione rituale e lenta del punto dopo punto. Consapevolmente o meno ha stravolto la grammatica del fare femminile. E’ tornata alle origini e al mito arrivando anche alla scienza attraverso l’arte.
Pietre e drappi, morbido e rigido, antico e contemporaneo, in Maria Lai, pioniera dell’arte pubblica e relazionale, coesistono in un’armonia totalizzante fatta di opposti e di relativi.
Ho camminato verso la Fontana di Santa Barbara, ho sentito il silenzio delle montagne di Ulassai; annusando l’aria sono passata per la città sentendomi in un luogo altro dal mondo. La piccola chiesa dechirichiana, sotto le nuvole del temporale, è stata un rifugio, una sera, che mi ha condotto a una Via Crucis essenziale, laica, fortemente spirituale. Intanto Maria era nel letto, muta, che “ci insegnava a morire”.
Maria ha lasciato tanti regali, ciascuno tocca una corda della nostra vita e risuona nell’anima, ricordandoci che – nonostante la violenza sistemica e individuale – la poesia (ritmo) continua a esistere sulla terra.

Manuela Gandini

Ph. Salvatore Ligios